Cosa voglio dal magnetotermico

Il componente cardine di un impianto, intorno al quale ruotano i principi dimensionali delle reti elettriche e senza il quale le stesse sarebbero solo un agglomerato di fili di ferro (o di rame per meglio dire), è l’interruttore magnetotermico. Il suo nome deriva dalla tecnologia alla base della sua duplice funzione, la deformazione dei metalli soggetti a variazione di temperatura per la protezione dai sovraccarichi e il campo elettromagnetico indotto da un avvolgimento per la protezione dai cortocircuiti. In entrambi i casi l’interruttore assolverà al suo unico scopo “interrompendo” il circuito quando la corrente circolante sarà diversa rispetto a quella prevista in progetto. Questo però con tempi di reazione notevolmente diversi a seconda dei due casi: in maniera dipendente nel primo (lungo ritardo), quasi istantanea nel secondo (breve ritardo). Questo perché in caso di sovraccarico, dove i danni possono diventare permanenti solo nel lungo termine, concediamo al circuito la possibilità di “rientrare” eventualmente dalla condizione di sovraccarico mentre, in caso di cortocircuito, i danni possono essere devastanti anche nel breve periodo e quindi, meglio non pensarci troppo! La tecnologia ha fatto passi da gigante nel settore dell’elettromeccanica e sempre più si tende ad utilizzare apparecchiature equipaggiate con sistemi di misura elettronici e sganciatori che di magnetotermico non hanno più nulla se non una definizione, quasi un soprannome, che ormai è divenuta di uso comune. Ma a prescindere dalla tipologia, che siano elettromeccanici o elettronici, modulari o scatolati, gli interruttori sono tutti accomunati dalle principali caratteristiche costruttive che necessariamente devono essere definite (progettualmente) e conosciute quando dobbiamo provvedere all’acquisto. Il numero di poli, che può variare da uno a quattro, viene determinato sulla base della tipologia di utenza da alimentare: di solito due poli per una monofase, quattro poli per una trifase con neutro, tre poli per motori e trasformatori. La corrente nominale In, ovvero il limite oltre il quale l’interruttore identifica la condizione di funzionamento come sovraccarico fino ad arrivare al sezionamento automatico del circuito trascorso un tempo definibile secondo la sua curva caratteristica, terzo parametro fondamentale, tra le quali menzioniamo le più comuni B, C e D. Queste, oltre a determinare il tempo di risposta dell’interruttore al sovraccarico, definiscono anche la soglia oltre la quale la corrente che attraversa l’interruttore determina l’intervento magnetico, quello a protezione dei cortocircuiti: 6In per la B, 10In per la C, 14In per la D. Tali valori, essendo la tecnologia del magnetotermico basata sulla variazione di temperatura, oscillano all’interno di un range di tolleranza in funzione della temperatura ambiente in cui operano. Ovviamente tale condizione non si verifica nel caso di sganciatori elettronici e a microprocessore. Vi è poi il potere di interruzione pdi, valore che deve essere superiore alla massima corrente di guasto presunta nel punto di installazione e che garantisce la capacità stessa dell’apparecchiatura di riuscire a interrompere il guasto senza compromettere le sue originarie caratteristiche costruttive. Infine, quelle che quasi sempre si ritengono scontate come tensione nominale, che può passare da 400 V a 1000 V per sistemi in BT e frequenza nominale, di solito 50 o 60 Herz ma che in applicazioni specifiche come quelle aeronautiche può arrivare fino a 400 Herz. Per fortuna (o sfortuna) di questi tempi basta solo saper cercare vista la quantità di soluzioni che i cataloghi dei costruttori offrono, tanto che a volte si perde di vista la reale funzione di un’apparecchiatura. Se riusciamo a non dimenticare quali sono le effettive caratteristiche sulle quali porre principalmente l’attenzione, allora tutta la tecnologia in esubero offerta non può che far bene!


Agostino Capasso